Trasmigrazione del pilota spericolato. Così si potrebbe definire l’idea di base di un gioco di guida che nel corso degli anni ha faticato e non poco a riconoscersi in una identità precisa (anche in quella sorta di parallelismo che ha rappresentato Stunt). Eppure ai suoi esordi, il pigia sull’acceleratore e sgomma, apparso per la prima playstation, era autentica alternativa alla monotonia del circuito. Affacciati su questo mondo full treddì si potevano imitare le gesta dell’omonimo film di Walter Hill. Un gioco con stile che riusciva a catturare l’atmosfera di “The Driver”, “Bullit”, Starsky and Hutch.
Reflections avrebbe da ridire sulla cosiddetta nascita del Free Roaming, e il successo ottenuto da Rockstar con tale visione di gioco. Infatti se va riconosciuto un merito all’esordio di Driver e di aver permesso al giocatore di sfruttare la mappatura stradale a suo piacimento. Questo prima che il calcolo dell’ambiente virtuale potesse usufruire di una tecnologia come quella di Playstation 2. Eppure ci riusciva egregiamente, ma non solo, se non fosse stato per le limitate possibilità di stoccaggio dati delle allora memory cards, ci si poteva anche divertire a montare la sequenze più spettacolari di inseguimenti e fughe. Regia virtuale che appagava e si offriva come splendida alternativa ad un già brillante gameplay. Un gioiellino di videogioco, che al pari del all’ora primo capitolo di Max Payne, riusciva ad avere quel quid in più rispetto ad un’offerta omologata.
Driver purtroppo ha perso, con il terzo capitolo, la sua anima da gioco di guida alternativo, tentando di adattarsi al mercato di massa. E’ diventato rivisitazione ed imitazione di Grand Thef Auto III fino a smarrirsi e il pessimo terzo capitolo della serie, si pensava fosse l’ultimo. Appiedare il protagonista e macchiare le meccaniche da driving game ha snaturato l’essenza stessa di un gameplay che aveva già un design sfavillante. Un passo indietro quindi andava fatto, rivedere e correggere la voglia di action una necessità, per non essere confusi con la concorrenza. Sarebbe bastato trovare una nuova veste grafica alle vecchie filosofie, compreso il tutorial da scuola di guida per criminali autostradali. Una formula che aveva già le alchimie necessarie per essere vincente, usufruendo di una tecnologia, quella attuale, che avrebbe potuto porre l’accento anche sull’altra qualità del gioco, e cioè la possibilità di usare strumenti di regia cinematografica, di poter montare a piacimento il proprio film d’azione, con un editor versatile e sufficientemente complesso.
Driver: San Francisco invece fin dalle prime battute appare subito come tentennate e confuso. Offre un incipit interessante, quello della fuga di un famigerato criminale, e relativo inseguimento nel traffico della città delle west coast, ma poi il desiderio di innovazione, di proporre qualcosa di unico, finisce nello strafare. Durante l’inseguimento Tanner, il protagonista, finisce vittima di un grave incidente, con relativo trauma cranico e coma, e scopre di poter trasferire la sua anima in qualsiasi guidatore che percorre le strade di San Francisco. Singolare, non c’è che dire, un po’ troppo forse. Eppure il poter avere una visione a volo di uccello su centinaia di miglia quadrate di città risulta un ottimo espediente per passare da una missione all’altra. Impossessandosi del corpo di diversi guidatori si potrà accedere a diverse sfide che vanno dall’aiutare semplici cittadini nelle loro vicende quotidiane, ad impersonare poliziotti all’inseguimento di pericolosi criminali, fino a seguire il troncone della trama principale e andare avanti con la storia che vede il confronto, iniziato con Driv3r, tra Tanner e Jericho. Il problema alla base di questa visione di gioco è che nell’insieme risulta dispersivo. Ci sono moltissime corse da fare, alcune con idee molto interessanti ma che rimangono un po’ troppo assestanti. Un esempio è che si potranno impersonare due diversi piloti che competono nella stessa gara e cercare di farli tagliare il traguardo al primo e secondo posto, passando dal corpo di uno all’altro. Alcune molto divertenti, come impersonare un ragazzino che non riesce a prendere la patente e trasformarlo in uno stunt man, con tanto di palpitazioni dell’istruttore che bisogna quasi portare al collasso, per vincere la sfida. Altre servono a far prendere confidenza con il modello di guida, come trovarsi impegnati nel fare evoluzioni automobilistiche impersonando un riccone che sta facendo un giro di prova con una fuori serie. Quindi schema libero, con tanto di ricompense man mano che si prosegue, compresa la possibilità di farsi un proprio garage e di utilizzare i power points accumulati, per migliorare il proprio parco macchine.
Tantissima carne al fuoco che distoglie dalla trama principale, che si è quasi costretti a seguire per portare a termine l’esperienza. Se da una parte è apprezzata l’ironia che pervade ogni dialogo e ogni situazione, è anche vero che il sentimento di fondo della serie è andato ancora di più perso. Infatti l’idea di impersonare un poliziotto sotto copertura che si introduce grazie alle sue abilità di guida, in una associazione criminale, era il cuore di Driver. Riprodurre quell’atmosfera da film d’azione seduti alla guida di potentissime muscle car era l’essenza stessa dell’esperienza; in quell’insieme unico di evoluzioni automobilistiche che valeva la pena conservare nell’archivio della propria memoria virtuale. Invece il saltuario salto in utilitaria, il guazzabuglio di poteri speciali dello spirito che può influenzare la fisica con improvvise accelerazioni tipo nitrogeno, sparato nel polmone del motore, o una sorta di colpo d’ariete per buttare fuori strada gli avversari, porta quell’ironia apprezzabile, a situazioni grottesche. Rende nell’insieme l’esperienza contorta e con quel pizzico di assurdo che ti fa pensare che si sia li tanto per fare. Tanto per provare quella o l’altra cosa, con un pizzico di curiosità e la noia che si affaccia, quando una volta assaggiato tutto, si comincia a ripetere lo stesso schema. A quel punto si cerca di correre verso il finale per vedere come finisce la vicenda di Tanner, affrontando sfide legate alla trama principale tanto difficili, quanto frustranti. E in quei frangenti si desidera tornare alla normalità della vita quotidiana, impersonando magari una casalinga che deve battere il tempo sul giro casa-supermercato, per non far scongelare i surgelati.
Da un punto di vista tecnico Driver: San Francisco, nella versione visionato per PC, con un hardware adeguato, risulta corposo. La città è dettagliata, le macchine perfettamente riprodotte nell’estetica, e di buona varietà, grazie alle licenze che vedono anche la presenza della FIAT 500. Per quanto riguarda il modello di guida, non ci sono particolari note dolenti. Ovviamente non è una simulazione, ma il controllo dell’auto è spettacolare e preciso. Quello che fa storcere il naso è casomai la limitazione dell’area in cui ci si può produrre in evoluzioni durante le missioni, che diventa limite invalicabile, pena il fallimento immediato con successiva ripetizione; insomma schema libero ma non troppo. Va comunque sottolineato che se in single player dopo un po’ è stancante, il multiplayer cooperativo invece è divertente e offre sano e spensierato divertimento; ma solo in link locale e con split screen.


