Marcus Fenix, le Locuste, l'Imulsion, rumori di morte e distruzione vicini come non mai... si torna su Sera. Per chiudere la partita.
Non è senza una certa emozione che, pad alla mano, ci si accinge a giocare a quella che dovrebbe essere l’incarnazione conclusiva della saga di Gears of War. Quando non esisteva ancora la Playstation 3 e Microsoft si godeva il monopolio del mercato “next-gen” fu proprio il primo Gears a rivelare a tutti di cosa fosse capace l’ammiraglia di casa Microsoft: grafica spacca mascella ed un sistema di coperture semplice ma geniale furono i principali ingredienti di un successo planetario. Da quel lontano 2006 di acqua sotto i ponti ne è passata molta: nel 2008 Gears of War 2 ha ulteriormente perfezionato ed ampliato una esperienza di gioco già vincente ed ora, nel momento in cui Microsoft e Sony incrociano le lame sullo sfondo di questo scorcio di fine generazione videoludica, è ancora una volta a Marcus Fenix che Xbox si affida per dare lustro ad un parco software a dire il vero oramai sempre più povero di esclusive di peso.
Jacinto è crollata, distrutta dall’ordine impartito dalla COG nel tentativo disperato di allagare le profondità di Sera, luogo di origine delle Locuste. Ma la distruzione dell’ultima città umana non ha sortito l’effetto desiderato: le Locuste si sono fatte strada fino alla superficie, incalzate dai cosiddetti “Splendenti”, ossia Locuste mutanti contagiate dall’Imulsion. Se all’inizio di Gears of War 2 venivamo gettati subito in mezzo agli eventi di una offensiva in grande stile – memorabile il “motivational speech” del Presidente Prescott – in Gears 3 tutto è permeato dalla disillusione e dalla precarietà: la COG non esiste più, ciascuno fa – più o meno – parte per se stesso cercando di sopravvivere alle durissime condizioni di vita del pianeta, sul quale la piaga degli Splendenti si estende come un cancro. L’avventura di Marcus e soci inizia infatti per la prima volta sull’acqua, elemento che meglio di qualunque altro esprime mutevolezza ed instabilità delle condizioni: da qui, e nei lunghi cinque atti che compongono l’avventura, gli eventi narrati da Epic Games ci porteranno a conoscere la parola fine della guerra fra umani e Locuste.
Quando questa arriverà, peraltro, non tutte le domande avranno avuto una risposta, così come alcune piste evocate dal prequel ed in parte accarezzate anche in questo episodio non riceveranno degno approfondimento. Ciò detto, la longevità del titolo è ragguardevole, ma si consiglia senz’altro di iniziare al livello “difficile” a tutti coloro che abbiano preso in mano un lancer almeno una volta. Al di là delle nuove armi, che si imparano a padroneggiare in un battito di ciglia, l’intelligenza artificiale di nemici vecchi e nuovi lascia spesso a desiderare, così che capiterà sovente di girare un angolo e trovare un nemico che, imbambolato, non attende altro che di essere falciato dalle vostre raffiche: niente di paragonabile, insomma, alle sofisticate strategie poste in essere dagli Helghast di Killzone 3 per snidare il giocatore a base di lanci di granate coordinati con fuochi di soppressione incrociati. Quello che potrebbe, eventualmente, allungare l’esperienza di gioco è invece l’inserimento di alcune creature inedite, in grado di dare realmente filo da torcere e da richiedere un’attenta pianificazione dei vostri spostamenti nel corso dello scontro, oltre che un’adeguata gestione delle munizioni e delle specifiche caratteristiche delle singole armi.
Anche se l’intero gameplay è rimasto del tutto inalterato rispetto al prequel – perché, d’altro canto, cambiare qualcosa che da cinque anni fa andare in visibilio milioni di utenti a tutte le latitudini? – i ragazzi di Epic hanno pensato bene di rendere le fasi di combattimento più caotiche e spettacolari che mai: varietà e quantità dei nemici presenti contemporaneamente su schermo alzeranno ulteriormente un tasso adrenalinico che da sempre è orgoglio e marchio di fabbrica del brand. Se a questo si aggiunge un multiplayer eccellente come non mai, la possibilità di giocare l’intera campagna in cooperativa con fino a quattro compagni, oppure in split-screen con un amico sul divano, allora si ottiene un risultato davvero superlativo. Insomma, la chiave del successo di Gears continua ad essere la medesima: fare solo una cosa, ma farla dannatamente bene. Il commento sonoro è sempre ottimo, con momenti di grande ispirazione in stile “kolossal”. Spiace notare l’assenza dello storico doppiatore di Marcus: chi lo sostituisce non è, in ogni caso, da bocciare. L’aspetto tecnico merita una considerazione a parte.
Anche se sono evidenti i miglioramenti presenti soprattutto nella gestione dell’illuminazione dinamica e degli effetti particellari, non ci sembra di poter sottoscrivere alcune affermazioni piuttosto avventate circolate sulle prime recensioni in Rete. Al di là di alcuni accorgimenti, infatti, la linea dell’orizzonte non è affatto aumentata sensibilmente, così come la definizione delle textures: in altre parole, ogni paragone – evocato da alcuni recensori ed utenti – con God of War 3 ed Uncharted 2 risulta del tutto inappropriato. Il capolavoro di Epic punta ancora su di un eccellente frame-rate e su di un altrettanto eccellente lavoro di pulizia dell’Unreal Engine 3.5.


