Ubisoft si sta dimostrando alla stregua di Capcom nel far uscire una serie di spin-off basati sulla logica del more of the same; è successo con Brotherhood e vale anche per Revelations. L’unica ragione di vita di questo seguito è quella di svelare risvolti narrativi, rispetto una trama complessa, capace, capitolo dopo capitolo, di ampliare le vicende degli assassini. Sulla qualità dello script, non si può muovere nessuna critica, in tutt’altra ottica va considerato il gameplay, rimasto praticamente invariato rispetto al primo capitolo.
Nel 1119 Le vicende di Altair diedero una scossa al genere dell’action in terza persona. Malgrado un gameplay ripetitivao, il primo Assassin’s Creed era capace di ipnotizzare grazie ad una struttura di gioco esemplare. La forza del prodotto era insieme alla suggestione grafica nella riproduzione storica, l’azione basata su sezioni platform mista a combattimenti corpo a corpo decisamente coinvolgenti. La posizione strategica del personaggio nei confronti dei nemici era la chiave per vincere gli scontri; non particolarmente difficili, a dire il vero ed a causa si una intelligenza artificiale limitata, ma molto spettacolari nella resa scenica. L’azione passava attraverso veloci script-events simili alle fatality di Mortal Kombat, dando al prodotto un taglio cinematografico. Lo spostamento free roaming era accessorio, le missioni non particolarmente articolate, ma nell’insieme, narrativo, scenico e ludico, il primo Assassin’s Creed, riusciva a trattenere il giocatore; risultava convergente nell’attenzione la logica dell’Animus e il viaggio nella memoria, su un piano spazio-temporale, capace di proiettare in una dimensione storico-narrativa dettagliata.
Passati al secondo capitolo ci si aspettava un maggiore impegno nell’evoluzione del gameplay, ma aimè se Ezio Auditore e l’Italia del periodo rinascimentale, risultarono una ulteriore evoluzione in termini scenici, la relativa semplicità del gameplay, la ripetitività e la linearità dell’azione, rimasero un difetto; non si può valutare altrimenti uno schema di gioco, nel rapporto con la longevità, capace di incentivare solo per arrivare alla fine della storia; noioso risultava, con un personaggio diventato un perfetto assassino, sopraffare nemici decisamente inadeguati, in termini di sfida. Difetti atavici che in sede di press tra interviste, dichiarazioni, promesse, intenzioni, presentazioni, conventions sono stati riproposti in maniera meccanica; nel timore, forse, di andare a toccare un gameplay, tutto sommato, funzionale. Ma può un videogioco sottostimare in questo modo la parte interattiva? Su questo cruciale quesito Ubisoft continua nel rimandare le risposte, e un’evoluzione del gameplay è oramai in prospettiva del terzo capitolo della serie, in uscita nel 2012.
Fatte doverose premesse, passando per Brotherhood, tenendo conto che è uno spin-off, fino a questo Revelations, altro spin-off, la sostanza, critica, non cambia; Revelations come Brotherhood, non presenta le augurate innovazioni. Anzi sul minimo denominatore per non fare una pessima figura è circoscritta l’intenzione di fuorviare l’utente con due novità incapaci di variare l’offerta; messe li in mezzo al solito schema sempre più prossimo all’apatia video ludica. In sostanza si tratta di un minigame, tipo assalto al castello che ricorda i fasti del videogioco anni ottanta, con tango di ridottissimo gestionale a cui si aggiunge il crafting bombarolo; a dir poco fuorviante ed inutile sia nella specificità di missioni dedicate e più in generale in un rapporto tempo-impegno incapace di riflettere sul campo una maggiore efficacia; se si può procedere a fil di lama, ma perché mai lanciare inutili ordigni esplosivi? Casomai la soddisfazione derivante dalla ricerca chimica/alchemica è poter orgogliosamente fare il botto in piazza, accendendo la bomba perfetta.
L’aspetto cuore dell’esperienza di Assassin’s Creed è invece rispettato. Anzi l’articolarsi della storia, con protagonista principale Ezio Auditore è molto ben congegnata. Anche l’ambientazione in una Costantinopoli del sedicesimo secolo risulta efficace nella particolareggiata descrizione degli elementi scenici e nel dettaglio forte di un design senza cadute di stile; è a dir poco impressionante il livello grafico/stilistico raggiunto da Revelations, ultimo nato in una famiglia di orgogliosamente belli. Ed è questo il maggior stimolo che potrà trovare l’utente nel rapporto con l’ennesimo capitolo Assassin’s Creed: con Ezio, anche se invecchiato, in piena forma, qualche missione per Desmond di Brotherhood, e un Altair che ritorna in scena. Un plot capace di spingere nuovamente nell’Animus, attraverso la storia secolare degli assassini e la guerra contro i templari, alla ricerca di antichi artefatti, per mantenere l’equilibrio politico nel mondo e fatto anche di storie personali, retroscena, precisazioni, aggiunte e, in questo ultimo caso, convergenze.
Versione PC con i controfiocchi e senza l’assillo del contestatissimo DRM; supplizio video ludico inutile quanto fastidioso. La perfezione grafica in alta risoluzione regala momenti di autentica estasi visiva, attraversando un Bazar o osservando la città dall’alto per poi precipitare in dettagli che scalano al limite del miracoloso. Bello, bellissimo, su questo non si può non concedere un plauso di merito. Caratterizzazione e movimenti del personaggio, in relazione con l’ambiente, precise, cinematografiche, suggestivamente inoppugnabili rispondendo ad un criterio di vitalità, capace di far dimenticare a tratti di trovarsi nel virtuale. Le aspettative tecniche per l’utenza PC sono state ricambiate, al costo del breve ritardo d’uscita.


