Reviews XboX Reviews Stubbs The Zombie
 

Stubbs The Zombie Hot

 
Stubbs The Zombie

0.0%

average








Image
Un gioco bizzarro, con design accattivante: una rivisitazione futuristica degli anni 50. Colori pastello e un personaggio fuori dagli schemi, uno zombie mangia cervelli che attraversa svariate ambientazioni creando la sua personale orda di non morti. Divertente, particolare e assolutamente un gioco inutile. Inutile come una versione di Lemmings tridimensionale, in cui l’unico scopo del gioco è procedere attraverso una struttura ripetitiva e priva di qualsiasi stimolo, se non quello di portare a termine un’esperienza neanche particolarmente longeva.







Formato: Xbox (vers. testata), PC | Distributore: Apyr | Sviluppatore: Wideload | Genere: Azione | Numero di giocatori: 1 | Versione: PAL | Multiplayer: Assente | Supporto: 1 DVD-Rom | Testi: Italiano | Dialoghi: Inglese


Il giudizio su questo titolo non può che essere assolutamente negativo nella sua eccezione di voler nascondere dietro il solito “gore” le usuali carenze ideative. Profonde carenze ideative in cui l’unica variazione sul tema è l’acquisizione da parte di Stubbs di alcune mosse speciali, per il resto è un andirivieni tra un checkpoint e l’altro sterminando i “poveri” umani. Non c’è altro da fare, tranne guidare qualche veicolo che dovrebbe rappresentare una variazione sul tema.
Una volta preso in mano questo prodotto di intrattenimento, puro e semplice intrattenimento, chi vi scrive si è trovato ad un bivio. Quello di valutare l’esperienza “fine a se stessa” o analizzarla attraverso un’ottica che prende in causa l’evoluzione del design. Lasciando perdere la profondità di gioco, le trame complesse ed i giochi costruiti come dei veri e autentici film interattivi, questo genere di proposte dovrebbero catturare l’attenzione radicandosi sul principio primo del videogioco. La sfida pura e semplice. Per secoli di evoluzione tecnologica del “Bit” si è passati da due barrette, e una pallina quadrata che chiamavamo “Il tennis”, ma per gli esperti era pong a giochi come The Suffering. Per quanto riguarda Pong si trattava di due imbecilli davanti allo schermo a buttare via interi pomeriggi a maneggiare un paio di joystick in stato catatonico, presi dalla sfida di fare più punti dell’avversario. Il videogioco è nato proprio come una lobotomia, niente a che vedere con i giochi “nobili” come le carte, il backgammon o “La dama”. Giochi in cui la meccanica di gioco e le relazioni umane, legate alla sfidarsi e sfidare le regole, non sono fine a se stesse.

Il risultato di Pong lo conosciamo tutti, basta vedere come si sono ridotti alcuni individui, o meglio i “Videogiocatori”. Stubbs the Zombie, e il resto del titolo che sembra stato inventato da Lina Wertmuller, è il manifesto di tutta quella “Cultura Videoludica” cara ai vari Mario e soci. La cosiddetta baloccheria tipica della Nintendo difference. Non che sia un male ma se si vuole fare un gioco di intrattenimento per lobotomizzarsi la coscienza critica, davanti alla televisione, almeno che lo si faccia con i dovuti crismi. Come, tanto per citare, Zelda Ocarina of Time o Mario 64.

Stubbs the Zombie in rebel without a pulse pecca proprio nella capacitò di coinvolgere spensieratamente. Certo quel filino di gore, la grafica e l’azione sono state costruite per funzionare, ma è sufficiente per far si che l’utente possa buttarsi alle spalle il peso della quotidianità, attaccato ad una console?

L’evoluzione di questo media, che amiamo così visceralmente da difenderlo come se fossimo dietro una barricata, mai potrà rinunciare al suo modo intrinseco di essere “Pong”. Che si tratti di Final Fantasy o di Stubbs the Zombie in rebel without a pulse l’elemento gameplay rappresenta il punto focale dell’esperienza; menate o non menate su personaggi dalla profonda caratterizzazione psicologica o due semplici barrette che si scambiano una pallina quadrata. Gameplay, interazione e lobotomizzazione. Stubbs The Zombie in rebel without a pulse non lobotomizza a dovere. Non riesce a rendere l’utente sufficientemente imbecille come l’industria vuole. Come detto lo scopo del gioco è aggredire innocenti umani e divorandogli il cervello o uccidendoli semplicemente, li si trasforma in Zombie. Una volta compiuta la trasformazione si potrà disporre del proprio esercito personale per avanzare in ambientazioni piuttosto ampie. Fondamentalmente sono due le tipologie di vita digitale che si incontrano: la forza ostile della polizia e gli ignari cittadini da rendere appunto non morti. Con un minimo di strategia sarà possibile dirigere l’orda verso i vari obbiettivi spingendoli letteralmente o richiamando con un fischio la loro attenzione. Lo scopo è quello di farsi scudo con i corpi cadaverici, per avanzare verso il prossimo checkpoint. Nient’altro che questo, solo questo. Le cosiddette supermosse hanno come unico scopo quello di facilitare a Stubbs il compito dello sterminio totale.

Il videogioco in tutte le sue forme non è che sia un granché di media “Intelligente” e la ragione è semplice. Per quanto possa raggiungere una complessità “espressiva” degna di una produzione letteraria o cinematografica il gameplay rimane il suo tallone di Achille. Condizionato dall’esigenza di rendere l’individuo una larva, o una pianta d’arredo, incapace di intendere e di volere oltre i semplici obbiettivi da portare a termine, il “videogioco” rimane smanettamento prima di tutto, e sopra tutto. Il problema è il semplice adattamento. Se qualcuno vuole adattarsi a Stubbs faccia pure, chi invece vi propone, nel forse, questa critica leggermente inusuale, preferisce rimanere un disadattato. A voi decidere se piegarvi al Dio digitale oppure imparare a giocare agli scacchi seriamente o dedicarsi totalmente per dire, al poker, giocando soldi, fino a rovinarsi conto in banca e di conseguenza anche la vita. Che sia più dignitoso essere un rounders che un videogiocatore? Uno che bazzica nel professionismo del poker, piuttosto che essere uno smanettone? Videogiocare può essere un’attività professionale, professionistica, una professione?

Forse quello che differenzia il gioco serio dal farsi le seghe con una manopola di plastica è legata al dubbio appena espresso. Videogiocare professionalmente non è un’attività. Che tipo di individuo potrà mai essere un professionista del videogioco? Uno che davanti a Stubbs accetta la sfida? Uno che vede/percepisce “Cultura” in Mario Tennis? Suona meglio professionista degli scacchi, del poker che professionista di videogiochi. Ma arrivando al dunque non è difficile immaginarsi il circolo culturale dei videogiocatori. Diciamo la verità quando si parla di voi videogiocatori, hardcore o meno, si ha l’immagine di un individuo davanti alla televisione che gioca a Stubbs the Zombie in rebel without a pulse, nella descrizione precisa di uno sfigato. Una mezza sega sovrappeso o che si regge a malapena in piedi, e se non è riconoscibile attraverso una razzista caratterizzazione fisica, sicuramente deve essere un mezzo scemo, e quindi: buon divertimento.

Voto: 10%


Pro

+ Personaggio demente

Contro

- Non lobotomizza a dovere l’utente

Giochi consigliati:

- Worms (Multi)
- Lemmings (Multi)





Link: Stubbs The Zombie in rebel without a pulse - Apyr


{imggallery 439}